martedì 26 maggio 2015

Abbinamento cibo e vino

La figura professionale del sommelier è indispensabile per interpretare il cliente e cercare di coniugarlo al piatto e al vino.
Ma cibo e vino... è davvero un abbinamento possibile?
All’Expo si è tenuto un interessante convegno moderato da Enzo Vizzari in occasione della inaugurazione del Padiglione Vino curato da Riccardo Cotarella.
Il Convengo ha cercato di focalizzare questa dicotomia crescente tra piatto e bicchiere che nella cultura mediterranea si sono sempre cercati per almeno tremila anni.
La conclusione, solo apparentemente paradossale, è nelle parole di Davide Oldani: mai bere mentre si mangia, ma tra un piatto e l’altro.
E allora gli abbinamenti, i consigli delle retroetichette delle bottiglie? i corsi dei sommelier?
Nella scelta del vino a tavola in primo luogo bisognerebbe assecondare il desiderio basato su parametri essenziali e istintivi: voglia di freschezza, bisogno di un buon corpo o anche di alcol, tentazione sgrassante delle bollicine.
Ergo se ho un piatto importante penso poco al vino; se ho una bella bottiglia penso poco al cibo.
Il piacere del bicchiere prescinde da quello che si mangia e viceversa.
Alcuni piatti hanno davvero bisogno di un bicchiere di vino? forse soltanto mentre li aspettiamo!


lunedì 25 maggio 2015

Il lato tenero del Sagrantino

 
L’ultimo decennio è stato caratterizzato dalla criminalizzazione dell’alcool in generale, un’ondata di disinformazione e superficialità da cui anche il vino, erroneamente accomunato ai superalcolici, si è trovato ad essere travolto, arrivando a pagare, spesso al posto di altri prodotti realmente dannosi, il prezzo di stili di vita e consumi poco attenti ed informati. Contestualmente, si è assistito però ad una crescente attenzione verso la conoscenza del patrimonio fenolico dell’uva e dei vini, in relazione alle potenziali attività salutistiche. In particolare dei flavonoidi, dal potere antiossidante, e degli stilbeni, che avrebbero addirittura il potere di bloccare e ritardare la cancerogenesi. Fanno parte rispettivamente del primo e del secondo gruppo, il resveratrolo e la quercetina, molecole bioattive dotate di potenzialità fitoterapiche, tra cui attività antiossidanti e anti-infiammatorie, che risulterebbero, tra l’altro, da 10 a 20 volte più potenti della vitamina E nel proteggere l’ossidazione delle lipoproteine a bassa densità LDL, riducendo quindi la formazione di colesterolo cattivo e il rischio cardiovascolare. 
 
Esistono uve in grado di condensare ancora di più questo potere salutistico e una di queste è il Sagrantino, vitigno autoctono dell’Umbria, dove cresce principalmente nei territori che circondano il comune di Montefalco, in provincia di Perugia, coltivato su 670 ettari gestiti da circa 350 produttori. Il suo nome sarebbe riconducibile al latino sacer, sacro, poiché la pianta era coltivata dai monaci e il suo vino era utilizzato, oltre che per servire messa, anche per celebrare le varie ricorrenze religiose. La sua uva è una delle varietà più tanniche al mondo (i polifenoli sono pari a 4.174 mg per litro, quasi il doppio di altre varietà rosse) e una delle più ricche di antociani (circa 2040 mg/l, quasi il triplo del Sangiovese), classe di pigmenti idrosolubili appartenente alla famiglia dei flavonoidi, che conferisce al vino la sua intensità cromatica.
 
L’uva di Sagrantino è quindi un frutto sano e, cosa meno nota, estremamente dolce, visto che arriva ad avere un grado zuccherino molto elevato, pari a circa 260 grammi per kg, superando di gran lunga quello di tutte le altre uve. Eppure, se pensiamo al vino che se ne trae, quello che balza subito alla mente è la sua astringente tannicità, normalmente presa d’esempio anche nei nostri Corsi di Sommelier per far capire il concetto di “vino tannico”. Cos’è allora che avrebbe impedito a quest’uva di esprimere nel vino la propria naturale morbidezza? Semplice: il disciplinare. La Docg Sagrantino di Montefalco, attiva dal 1992, ha imposto infatti di limitare il residuo zuccherino a 3 g/l (si pensi che l’Aglianico del Vulture ammette fino a 10 g/l e il Primitivo di Manduria addirittura 18 g/l), costringendo i produttori a trasformare in alcol tutto lo zucchero presente nelle uve. Questo limite, che fa sì che ne nascano vini necessariamente robusti e molto caldi, ha indotto un piccolo gruppo di aziende del territorio a sperimentare una strada alternativa, ispirata alla vinificazione tradizionale del Sagrantino e vicina al carattere morbido e accogliente della regione umbra. Si tratta del progetto Vino e Salute, capitanato dalla cantina Signae e al quale aderiscono anche altre aziende della zona di Bastardo, comune del perugino, tutte dotate di tecnologie all’avanguardia in cantina, tra cui la criomacerazione, e che si impegnano nell’evitare l’uso di solfiti e della chimica di sintesi. Un progetto che mira ad andare oltre il Disciplinare e che permette al Sagrantino di esprimere anche il suo lato “tenero”: quella morbidezza data dalle uve raccolte a maturazione avanzata, che si fa protagonista di vini Igt come Rossobastardo (blend di Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon e Sagrantino raccolto surmaturo) e Benozzo (Sagrantino in purezza) della cantina Signae, ma prodotti secondo i medesimi crismi e uvaggi (con nome diverso), anche dalle altre cantine coinvolte nell’iniziativa.
 
Ma questa “riabilitazione” dell’uva Sagrantino non finisce qui e valica i confini del vino: una delle aziende, Campo della Maestà, ha infatti anche lanciato la produzione di confettura di Uva Sagrantino, ottenuta da uve di Sagrantino selezionate a mano e immediatamente lavorate, per dare risalto a fragranza, salubrità e naturale dolcezza del frutto. L’analisi cromatografica liquida ad alta prestazione (HPLC) del campione ha rilevato picchi relativi ai composti anticianosidici e polifenolici tali da aver indotto all’introduzione sperimentale della confettura anche in alcune mense ospedaliere, come alimento terapeutico, oltre al prossimo inserimento tra i prodotti salutari sugli scaffali delle farmacie. Un prodotto sano (contiene 90 g di frutta per 100g di prodotto), oltre che buono, che per la sua dolcezza non eccessiva, percorsa da piacevole acidità, lo vede compagno ideale di pecorini tipici umbri ben stagionati, magari abbinati ad un calice di Sagrantino di Montefalco Passito. Un esemplare della Docg davvero interessante, non a caso scelto per essere servito durante i viaggi papali a bordo della Classe Magnifica Alitalia, è il Seméle, anch’esso della cantina Signae. Rubino nel calice con unghia sfumata verso il granato, evidenzia al naso intensi profumi di prugna secca e in confettura, gelatina di frutti di bosco, datteri scuri, cannella e spezie dolci, avvolte da una costante sottofondo di erbe aromatiche e toni minerali. Ancora più ricco e sorprendente l’assaggio, che da un incipit dolce vira verso dinamici ritorni minerali e salini, disciplinati in chiusura da un tannino austero ma perfettamente integrato. Quello stesso tannino che finalmente trova la sua naturale ragion d’essere, se messo accanto al lato tenero del Sagrantino.
 
Montefalco Sagrantino Passito Semèle 2010
Tipologia: Rosso Dolce Docg - Uve: Sagrantino 100% - Gr. 14% - € 20 (0,375) - Bottiglie: 10.000 - Matura 15 mesi in acciaio e 18 in tonneau. Affinamento in vetro di 24 mesi.
 
Cantina Signae Cesarini Sartori
Loc. Purgatorio
06035 Torri di Barattano, Gualdo Cattaneo (PG)
Tel. 0742 99590
www.rossobastardo.it
info@rossobastardo.it

lunedì 18 maggio 2015

Itineris. Le vie della birra

Sembra proprio di rivivere questa storia millenaria curiosando nel Birrificio di Claudio Conti ospitato nei locali della “ Castellania” (una delle prime fabbriche di ceramica di Civita Castellana poi chiusa negli anni ’80). E’ il viaggio l’idea che ricorre frequentemente nei pensieri e nelle parole di questo simpatico ed appassionato produttore nativo di Nepi, in provincia di Viterbo: ricordo dei numerosi spostamenti diversi anni fa tra Piemonte e Lombardia alla scoperta dei primi birrifici artigianali. Poi la conoscenza e l’amicizia di personaggi importanti del settore come Lelio Bottero e Maurizio Cancelli. Consigli e suggerimenti preziosi che spingono Claudio a tornare a casa con la convinzione di intraprendere una nuova avventura in cui legare le esperienze acquisite al suo territorio di origine. Alla fine del 2010 nasce così il birrificio con le attrezzature più moderne ed un impianto ad alta fermentazione. Al momento vengono prodotti undici tipi di birra per un totale di circa 700 ettolitri annui con malti in prevalenza provenienti da Belgio e Germania. Civita Castellana, crocevia di strade dalla lunga storia, e il suo circondario, con il caratteristico paesaggio, l’arte e le sue spezie, sono al centro del progetto di questo birrificio chiamato appunto Itineris. Un progetto ed un racconto esemplarmente riassunti nei nomi e nella grafica delle etichette.
Nascono così la Cimina, tipica Weizen dalla schiuma bianca e persistente,  fresca e lievemente agrumata al gusto, per preparazioni delicate di pesce, l’Amerina, dai fini sentori di miele e arancia amara, leggera ed elegante, molto equilibrata, la Francigena, in tipico stile trappista, abbastanza morbida e di discreta persistenza, perfetta con la pasticceria secca . Il tracciato di queste vie di comunicazione dalla storia millenaria, riportato schematicamente sulle etichette, rimanda a tempi lontani i cui protagonisti erano viandanti e pellegrini in lento cammino tra rocche medioevali e monasteri. La centralità del territorio appare evidente anche nei nomi e nelle etichette della Infinity e della Falisca dove si richiamano, rispettivamente, il basolato cosmatesco della Cattedrale di Civita Castellana (con il simbolismo legato ai suoi splendidi cerchi concentrici di porfido) e l’Arco di Giove di Falerii Novi. La prima è un’interessante stout nera, speziata con cardamomo, anice stellato, chiodi di garofano e cannella , dalla schiuma fine e persistente e dal sapore orientato sulle note tostate da provare, come suggerisce Claudio, in abbinamento con i gamberoni alla griglia. Molto robusta ed aromatica la Falisca, lavorata solo con luppoli americani e speziata con zenzero, pepe rosa e finocchiella selvatica, ideale con salumi e formaggi. La Flaminia si caratterizza invece per i richiami al caffè e al cacao ma anche per il gusto maltato che tende leggermente all’amaro.
Protagoniste nella LaZIAale sono le spezie e le erbe del viterbese: una birra leggermente ambrata con un breve finale di miele amaro che nasce da un progetto condiviso con altri birrifici laziali. Tra le ultime nate la Treja dal nome del fiume che nel vicino Parco Regionale scorre tra mulini e cascate in un paesaggio particolarmente suggestivo. Lavorata con semi di canapa decorticata, mirto e pepe rosa, da luppoli inglesi, all’olfatto è decisamente speziata e di buona persistenza per un abbinamento ideale con le carni bianche. Nelle adiacenze dello stabilimento un piccolo pub con veranda esterna consente di degustare e apprezzare i prodotti di questa piccola ma interessante realtà. 

Il Timorasso FAUSTO 2012

 
 
Fausto Coppi, detentore del record di cinque vittorie del Giro d’Italia e due del Tour de France, è oramai entrato a far parte della leggenda ciclistica mondiale. Nacque a Castellania nel 1919, in provincia di Alessandria ed è proprio qui che Francesco Bellocchio dal 2003, nipote del Campionissimo, conduce l’azienda Vigne Marina Coppi dove da qualche anno affida alla doc di territorio, Colli Tortonesi, un Timorasso davvero interessante e meritevole di notorietà. Si chiama Fausto, in onore di suo nonno Fausto Coppi. Il nome dell’azienda Vigne Marina Coppi, invece, è dedicato alla figlia dell’Airone. La scelta dei vitigni storici piemontesi coltivati da Bellocchio, come Nebbiolo, Barbera, Croatina, Freisa, Favorita e Timorasso, esprime uno stretto legame con la tradizione. Inoltre la produzione si può definire artigianale: pochi ettari e tutto a conduzione familiare. La coltivazione, poi, vira verso il biologico censurando diserbanti e antibotritici.
Fausto e il Timorasso hanno in comune tra loro il fatto di essere dei veri e propri autoctoni del territorio. Il Timorasso è, appunto, un vitigno autoctono a bacca bianca della provincia di Alessandria, coltivato essenzialmente nelle Valli Curone, Grue, Ossona e in Val Borbera. Nei Colli Tortonesi è presente almeno dal Medioevo e viene citato nella prima enciclopedia agraria redatta dal bolognese Pier De Crescenzi nel XIV secolo. Vitigno difficile da gestire, vede una ridotta vigoria vegetativa e una maturazione piuttosto precoce, quindi è burbero e poco produttivo. Ha vissuto decenni di abbandono in nome di varietà più redditizie e riportato in auge, negli anni Ottanta, da vignaioli di grande talento, forti e coraggiosi come Walter Massa. Il Timorasso sa regalare sorprendenti potenzialità aromatiche e ha grandissime doti d’invecchiamento.

Il Timorasso Fausto 2012 è cresciuto e vissuto in un’ottima annata dal clima equilibrato ideale per mantenere integre le componenti aromatiche con mineralità e sapidità più piacevoli ed eleganti. Potente e gessoso ma anche elegante è il vino più rappresentativo al momento dell’azienda che lo ha visto salire per la prima volta quest’anno sul podio dei cinque grappoli. Paglierino carico con lampi dorati. Ha un naso seduttivo con profumi di acacia, tiglio, pesca bianca, poi resina e pietrisco. Al palato risulta tonico, vigoroso ma confonde la levità. Freschezza e innervature saline sono domate dal calore dell’alcol che insieme creano un’altalena di cuspidi arrotondate.


lunedì 27 aprile 2015

Bollicine. Spumante e Champagne

 
 
 
 
 
 
Franciacorta Extra Brut EBB 2007 Il Mosnel.
 
EBB sta per Emanuela Barzanò Barboglio, madre di Lucia e Giulio, attuali proprietari dell'azienda. Uno Chardonnay in purezza che vede solo il mosto fiore (il succo separato per primo) destinato al Franciacorta EBB. La fermentazione primaria avviene in barrique dove sosta 5 mesi fino alla primavera successiva quando c'è l'imbottigliamento, dopodiché parte la seconda con la rifermentazione in bottiglia per 36 mesi sui lieviti prima di diventare Extra Brut. Un Franciacorta austero, ammiccante infinito nel quale si possono cercare mondi sconosciuti e sogni fantastici ma che si lascia bere con facilità, come vuoi tu. Si apre con personalità, si dona con gentilezza e tu stai lì, sorso dopo sorso, nella rilassatezza totale dei brividi di piacere che lui sa regalare. Perlage fine e continuo in un bel color oro. Miele, biscotti e marzapane, poi agrumi e nocciole. L’assaggio ha volume e profondità reso vibrante da una sapidità sostenuta e da una freschezza giusta e mai invadente.
 
 
 
 
 
 
Champagne Brut Nature Dosage Zero Drappier.

 Le cantine della Maison sono state costruite nel XII secolo mentre l’albero genealogico risale al XVII secolo. Champagne puro, senza trucchi, senza l’aggiunta della liqueur d’expédition e con solo 2 g/l di zucchero di residuo naturale. Non è uno Champagne cui le bollicine assomigliano a pensieri vaporosi o alla leggerezza di risate. Lui ha struttura, lui è carnalità, lussuria; ha carattere perché Pinot Noir al 100%. Non è uno Champagne fugace, di pronta beva che scioglie gli animi e infervora la lingua a ricamare all’infinito le nefandezze del mondo. Ci si sofferma piuttosto, dopo la prima deglutizione, a capirne la morbidezza e la spinta acida che riescono a rendere elastico il suo ingresso nel palato. Ha un incarnato ramato e piacevoli toni minerali, speziati e di cassis. I Dosage Zero sono vini un po’ più striduli, secchi meno propensi a scendere a compromessi, caratteriali, vanno presi per il verso giusto e al momento giusto. Ci vuole tempo per capirli, ovvio che una volta capiti, non si lasciano andar via facilmente.
 
 
 
 
 

lunedì 20 aprile 2015

Il Cannonau, il notaio e il “finto” Grenache

 

 
 
 
 
 
 
 
 
Correva l’anno 1549 e a Cagliari il notaio Bernardino Coni ratificava un atto di successione in cui, tra i beni del de cuius, veniva annoverata una vigna a Cannonau, con relativa produzione di vino. Apparentemente nulla di strano, tanti gli atti di questo genere in cui si trasferivano vigneti, cantine, botti e vino. Ciononostante questo semplice documento rappresenta oggi la prova, storico-archivistica, di uno dei più diffusi errori dell’ampelografia nazionale: l’identità tra i vitigni Cannonau e Grenache. Cerchiamo allora di investigare e capire cosa è realmente accaduto e quindi la genesi del malinteso. Il nostro viaggio comincia così in Spagna, patria del Garnacha o del Grenache, per dirla alla francese, perché è proprio qui che nasce il malinteso. Il Garnacha deriverebbe infatti dal Cañocazo e non dal Canonazo, che aveva fatto pensare al legame con Cannonau già alla fine dell’Ottocento, come evidente nel lavoro del grande agronomo sardo Sante Cettolini, entrambi comunque vitigni originariamente a bacca bianca e il Cañocazo ancora presente, benché in minime quantità, in Andalusia. A questo punto il mistero si infittisce ancora: perché confondere un’uva bianca con una rossa? In realtà anche le primissime uve di Garnacha, nel Seicento, erano perlopiù bianche e lo stesso conte Giuseppe di Rovasenda, uno dei padri dell’ampelografia nazionale, nel trattare il Canonazo di Xeres si riferisce a un’uva a bacca bianca. Il mistero poi diventa ancora più intricato e per comprendere meglio quella che sembra essere una serie di errori non voluti con effetto a cascata, dobbiamo tracciare una breve storia della Garnacha. Questa compare nei lavori del Cervantes, l’agronomo spagnolo e non lo scrittore, con una datazione intorno al 1613, quindi successiva al 1549, anno dell’atto notarile di Cagliari dove compare il Cannonau. In più, come ci fa rivelare il Gianni Lovicu, ricercatore di Agris Sardegna a cui si deve tutta questa ricostruzione storica in merito alle origini del Cannonau, “la prima citazione del Garnacha tinto in Spagna è in un dizionario del 1734, mentre le attestazione di produzione in Sardegna di vino Cannonau risalgono quindi a circa 200 anni prima”. Diversi testi spagnoli infine, redatti da Eduardo Abela y Saiz de Andino e prima ancora dal Valier, risalenti al 1885, raccontano che, nella seconda metà dell’Ottocento, il Garnacha è il vitigno più giovane tra quelli impiantati in Aragona. Nello stesso periodo l’uva, rossa questa volta e non più bianca come quella delle origini, si diffonde in tutta la Spagna perché molto resistente all’oidio, piaga dell’epoca in tutta la penisola iberica. Concludendo, i due vitigni, benché caratterizzati da alcune somiglianze, sarebbero due cose diverse, tesi sposata anche nel recente (2014) volume “Native Wine Grapes of Italy” (I vitigni originari d’Italia) di Ian D’Agata, tomo di grande valore nella bibliografia dell’ampelografia nazionale non solo nel mondo anglosassone. Alla voce Cannonau, nel volume di D’Agata, dopo la storia dettagliata delle fonti spagnole e non, viene sposata la tesi di Lovicu, ovvero l’origine più antica del vitigno sardo che sarebbe così un’uva differente rispetto al Grenache, più tarda ed “esplosa” nella stessa Spagna grazie al diffondersi dell’oidio. Non abbiamo in questa sede volutamente trattato le tante analisi del DNA, che hanno contribuito, contrariamente ad altre circostante, a intorbidire viepiù le acque, giacché alcune hanno mostrato identità tra Grenache e Cannonau e altre, al contrario, fondamentali differenze. Ci fidiamo di più, in questo caso delle fonti storiche, documentali e degli atti notarili che, come sapete, difficilmente si sbagliano. 
 
 
Non rimane quindi che stappare una bottiglia di Cannonau, nella fattispecie il Cannonau di Sardegna Chuèrra Riserva di Jerzu, millesimo 2011. La Cantina di Jerzu è uno dei simboli di questo vino e di questa uva. Nata nel 1952, raccoglie oggi 430 viticoltori che lavorano 750 ettari per una produzione annua di 1 milione e 800mila bottiglie, tutte ad alto tasso di territorialità. Tornando al nostro Cannonau 2011 (80mila bottiglie e 14 euro il prezzo medio in enoteca), questo si presenta di un bel colore rubino con cenni violacei. L’olfatto è pura terra d’Ogliastra, con toni balsamici ed erbacei in bella mostra che declinano mirto, ginepro, santoreggia e timo serpillo. In seconda battuta le note fruttate di ribes nero e more che lasciano il campo ad anice, lievi tostature (maturazione per 8 mesi in tonneau), pepe e ancora corteccia e foglie secche. Morbido e caldo in bocca come solo il Cannonau sa essere. Sapido e terroso sin nella sua più intima essenza, discreta la freschezza e docili i tannini. Retrolfatto coerente con il naso: balsamico, fruttato, speziato e profondamente sardo. 
 
 
 
 


venerdì 10 aprile 2015

Lo Champagne ufficiale del Titanic. l’Heidsieck & Co. Monopole Blue Top Brut

 
 

 
 
 
 

Northam è un sobborgo popolare nella parte settentrionale di Southampton, Hampshire, Regno Unito. Percorrendo Britannia Road, una volta passato il St.Mary Stadium, culla dei Saints, soprannome della squadra di calcio del Southampton, e imboccata la Marine Parade, dopo circa un chilometro ci si trova nell’Ocean Village, modaiolo quartiere con annesso porto turistico, proprio acanto allo storico porto della “capitale” dell’Hampshire. Dai moli di quest’ultimo, a mezzogiorno del 10 aprile del 1912 salpò il transatlantico Titanic che, ancor prima di lasciare le acque di Southampton, rischiò una prima disastrosa collisione con il piroscafo New York che percorreva il medesimo tratto di mare. Segnale del disastro penserete, più semplicemente una fatale coincidenza in acque, sin dall’epoca, molto trafficate. Allora Southampton contava 100mila abitanti e, dopo l’inabissamento del transatlantico, una casa su quattro fu colpita da almeno una perdita, soprattutto nel sobborgo di Northam, da dove proveniva il grosso dell’equipaggio e dei facchini. A 103 anni dalla partenza del tragico viaggio ci piace ricordare i tanti momenti gioiosi, bagnati da molti e diversi vini, ma perlopiù dallo Champagne ufficiale del Titanic, l’Heidsieck & Co. Monopole Blue Top Brut.

 

Fondata nel 1785 da Florens-Louis Heidsieck, la maison rappresenta il capostipite dei diversi Champagne Heidsieck, tutti indipendenti tra loro. Considerato tra i migliori prodotti di Épernay, questo Champagne inondava le corti dei sovrani di Prussia, Svezia, Inghilterra e Russia: celebri gli ordini dello zar Nicola II che valevano 400mila bottiglie l’anno. Tanto grande era infatti la passione dei russi per questo Champagne che nel 1916, un ordine di 3mila bottiglie per l’esercito imperiale diretto a San Pietroburgo e caricato sul vascello Jönköping si inabissò nel Mar Baltico dopo l’abbattimento dell’imbarcazione da parte di un sottomarino tedesco. Nel luglio del 1998, una spedizione subacquea svedese ritrovò, sulla punta orientale del Baltico a 64 metri di profondità, il relitto del Jönköping, portando poi a galla 2.400 bottiglie di Champagne Heidsieck & Co Monopole millesimo 1907, perfettamente conservate. Poseidone sembrerebbe gradire i vini di questa maison che, battute a parte, è oggi di proprietà del Gruppo Vranken-Pommery ed elabora Champagne perlopiù da Pinot Noir, generalmente il 70% della cuvée, seguito da Chardonnay al 20% e Pinot Meunier per la restante porzione. L’odierno Blue Top non è molto diverso da quello consumato nel Titanic, e segue la “ricetta” della maison, con uve provenienti dai migliori cru di Tour sur Marne. La permanenza sui lieviti, dopo la presa di spuma, è di 36 mesi e sin dal primo assaggio mostra quel connubio di forza e finezza tipico delle vigne di questa zona, a ovest di Épernay, proprio sotto Bouzy, e del Pinot Noir. Nel calice è paglierino con riflessi oro verde, smagliante e perfetto nella sua estrema limpidezza. L’olfatto è delicatamente floreale, con cenni di glicine e sambuco, poi prende forza una vena fruttata che ripercorre aromi di uva spina, cedro e pesche bianche che lasciano via via il campo a burro e biscotteria secca. Non primeggia per potenza aromatica ma conquista per l’equilibrio degli aromi, mai gridati, sussurrati piuttosto, ma sempre ben scanditi. Lievemente più decisa la bocca: fresca, sapida, di struttura agile, fine e sostanzialmente coerente, al retrolfatto, con i sentori della via diretta. Dissetante nel finale il ritorno di cedro che incentiva ulteriormente l’assaggio. Non è uno Champagne Top, ma sicuramente tra quelli con il miglior rapporto costo valore, grazie a un prezzo in enoteca sempre sotto i 30 euro. Uno Champagne veramente per tutti, con una storia importante alle spalle e tanti aneddoti, tra cui, la presenza sul transatlantico più famoso del mondo che vogliamo ricordare nella gioia e nell’euforia della partenza, quel 10 aprile di 103 anni fa, quando alcuni dei 1.300 passeggeri del Titanic stringevano in mano un calice di Champagne Heidsieck & Co. Monopole Blue Top.