lunedì 20 aprile 2015

Il Cannonau, il notaio e il “finto” Grenache

 

 
 
 
 
 
 
 
 
Correva l’anno 1549 e a Cagliari il notaio Bernardino Coni ratificava un atto di successione in cui, tra i beni del de cuius, veniva annoverata una vigna a Cannonau, con relativa produzione di vino. Apparentemente nulla di strano, tanti gli atti di questo genere in cui si trasferivano vigneti, cantine, botti e vino. Ciononostante questo semplice documento rappresenta oggi la prova, storico-archivistica, di uno dei più diffusi errori dell’ampelografia nazionale: l’identità tra i vitigni Cannonau e Grenache. Cerchiamo allora di investigare e capire cosa è realmente accaduto e quindi la genesi del malinteso. Il nostro viaggio comincia così in Spagna, patria del Garnacha o del Grenache, per dirla alla francese, perché è proprio qui che nasce il malinteso. Il Garnacha deriverebbe infatti dal Cañocazo e non dal Canonazo, che aveva fatto pensare al legame con Cannonau già alla fine dell’Ottocento, come evidente nel lavoro del grande agronomo sardo Sante Cettolini, entrambi comunque vitigni originariamente a bacca bianca e il Cañocazo ancora presente, benché in minime quantità, in Andalusia. A questo punto il mistero si infittisce ancora: perché confondere un’uva bianca con una rossa? In realtà anche le primissime uve di Garnacha, nel Seicento, erano perlopiù bianche e lo stesso conte Giuseppe di Rovasenda, uno dei padri dell’ampelografia nazionale, nel trattare il Canonazo di Xeres si riferisce a un’uva a bacca bianca. Il mistero poi diventa ancora più intricato e per comprendere meglio quella che sembra essere una serie di errori non voluti con effetto a cascata, dobbiamo tracciare una breve storia della Garnacha. Questa compare nei lavori del Cervantes, l’agronomo spagnolo e non lo scrittore, con una datazione intorno al 1613, quindi successiva al 1549, anno dell’atto notarile di Cagliari dove compare il Cannonau. In più, come ci fa rivelare il Gianni Lovicu, ricercatore di Agris Sardegna a cui si deve tutta questa ricostruzione storica in merito alle origini del Cannonau, “la prima citazione del Garnacha tinto in Spagna è in un dizionario del 1734, mentre le attestazione di produzione in Sardegna di vino Cannonau risalgono quindi a circa 200 anni prima”. Diversi testi spagnoli infine, redatti da Eduardo Abela y Saiz de Andino e prima ancora dal Valier, risalenti al 1885, raccontano che, nella seconda metà dell’Ottocento, il Garnacha è il vitigno più giovane tra quelli impiantati in Aragona. Nello stesso periodo l’uva, rossa questa volta e non più bianca come quella delle origini, si diffonde in tutta la Spagna perché molto resistente all’oidio, piaga dell’epoca in tutta la penisola iberica. Concludendo, i due vitigni, benché caratterizzati da alcune somiglianze, sarebbero due cose diverse, tesi sposata anche nel recente (2014) volume “Native Wine Grapes of Italy” (I vitigni originari d’Italia) di Ian D’Agata, tomo di grande valore nella bibliografia dell’ampelografia nazionale non solo nel mondo anglosassone. Alla voce Cannonau, nel volume di D’Agata, dopo la storia dettagliata delle fonti spagnole e non, viene sposata la tesi di Lovicu, ovvero l’origine più antica del vitigno sardo che sarebbe così un’uva differente rispetto al Grenache, più tarda ed “esplosa” nella stessa Spagna grazie al diffondersi dell’oidio. Non abbiamo in questa sede volutamente trattato le tante analisi del DNA, che hanno contribuito, contrariamente ad altre circostante, a intorbidire viepiù le acque, giacché alcune hanno mostrato identità tra Grenache e Cannonau e altre, al contrario, fondamentali differenze. Ci fidiamo di più, in questo caso delle fonti storiche, documentali e degli atti notarili che, come sapete, difficilmente si sbagliano. 
 
 
Non rimane quindi che stappare una bottiglia di Cannonau, nella fattispecie il Cannonau di Sardegna Chuèrra Riserva di Jerzu, millesimo 2011. La Cantina di Jerzu è uno dei simboli di questo vino e di questa uva. Nata nel 1952, raccoglie oggi 430 viticoltori che lavorano 750 ettari per una produzione annua di 1 milione e 800mila bottiglie, tutte ad alto tasso di territorialità. Tornando al nostro Cannonau 2011 (80mila bottiglie e 14 euro il prezzo medio in enoteca), questo si presenta di un bel colore rubino con cenni violacei. L’olfatto è pura terra d’Ogliastra, con toni balsamici ed erbacei in bella mostra che declinano mirto, ginepro, santoreggia e timo serpillo. In seconda battuta le note fruttate di ribes nero e more che lasciano il campo ad anice, lievi tostature (maturazione per 8 mesi in tonneau), pepe e ancora corteccia e foglie secche. Morbido e caldo in bocca come solo il Cannonau sa essere. Sapido e terroso sin nella sua più intima essenza, discreta la freschezza e docili i tannini. Retrolfatto coerente con il naso: balsamico, fruttato, speziato e profondamente sardo. 
 
 
 
 


venerdì 10 aprile 2015

Lo Champagne ufficiale del Titanic. l’Heidsieck & Co. Monopole Blue Top Brut

 
 

 
 
 
 

Northam è un sobborgo popolare nella parte settentrionale di Southampton, Hampshire, Regno Unito. Percorrendo Britannia Road, una volta passato il St.Mary Stadium, culla dei Saints, soprannome della squadra di calcio del Southampton, e imboccata la Marine Parade, dopo circa un chilometro ci si trova nell’Ocean Village, modaiolo quartiere con annesso porto turistico, proprio acanto allo storico porto della “capitale” dell’Hampshire. Dai moli di quest’ultimo, a mezzogiorno del 10 aprile del 1912 salpò il transatlantico Titanic che, ancor prima di lasciare le acque di Southampton, rischiò una prima disastrosa collisione con il piroscafo New York che percorreva il medesimo tratto di mare. Segnale del disastro penserete, più semplicemente una fatale coincidenza in acque, sin dall’epoca, molto trafficate. Allora Southampton contava 100mila abitanti e, dopo l’inabissamento del transatlantico, una casa su quattro fu colpita da almeno una perdita, soprattutto nel sobborgo di Northam, da dove proveniva il grosso dell’equipaggio e dei facchini. A 103 anni dalla partenza del tragico viaggio ci piace ricordare i tanti momenti gioiosi, bagnati da molti e diversi vini, ma perlopiù dallo Champagne ufficiale del Titanic, l’Heidsieck & Co. Monopole Blue Top Brut.

 

Fondata nel 1785 da Florens-Louis Heidsieck, la maison rappresenta il capostipite dei diversi Champagne Heidsieck, tutti indipendenti tra loro. Considerato tra i migliori prodotti di Épernay, questo Champagne inondava le corti dei sovrani di Prussia, Svezia, Inghilterra e Russia: celebri gli ordini dello zar Nicola II che valevano 400mila bottiglie l’anno. Tanto grande era infatti la passione dei russi per questo Champagne che nel 1916, un ordine di 3mila bottiglie per l’esercito imperiale diretto a San Pietroburgo e caricato sul vascello Jönköping si inabissò nel Mar Baltico dopo l’abbattimento dell’imbarcazione da parte di un sottomarino tedesco. Nel luglio del 1998, una spedizione subacquea svedese ritrovò, sulla punta orientale del Baltico a 64 metri di profondità, il relitto del Jönköping, portando poi a galla 2.400 bottiglie di Champagne Heidsieck & Co Monopole millesimo 1907, perfettamente conservate. Poseidone sembrerebbe gradire i vini di questa maison che, battute a parte, è oggi di proprietà del Gruppo Vranken-Pommery ed elabora Champagne perlopiù da Pinot Noir, generalmente il 70% della cuvée, seguito da Chardonnay al 20% e Pinot Meunier per la restante porzione. L’odierno Blue Top non è molto diverso da quello consumato nel Titanic, e segue la “ricetta” della maison, con uve provenienti dai migliori cru di Tour sur Marne. La permanenza sui lieviti, dopo la presa di spuma, è di 36 mesi e sin dal primo assaggio mostra quel connubio di forza e finezza tipico delle vigne di questa zona, a ovest di Épernay, proprio sotto Bouzy, e del Pinot Noir. Nel calice è paglierino con riflessi oro verde, smagliante e perfetto nella sua estrema limpidezza. L’olfatto è delicatamente floreale, con cenni di glicine e sambuco, poi prende forza una vena fruttata che ripercorre aromi di uva spina, cedro e pesche bianche che lasciano via via il campo a burro e biscotteria secca. Non primeggia per potenza aromatica ma conquista per l’equilibrio degli aromi, mai gridati, sussurrati piuttosto, ma sempre ben scanditi. Lievemente più decisa la bocca: fresca, sapida, di struttura agile, fine e sostanzialmente coerente, al retrolfatto, con i sentori della via diretta. Dissetante nel finale il ritorno di cedro che incentiva ulteriormente l’assaggio. Non è uno Champagne Top, ma sicuramente tra quelli con il miglior rapporto costo valore, grazie a un prezzo in enoteca sempre sotto i 30 euro. Uno Champagne veramente per tutti, con una storia importante alle spalle e tanti aneddoti, tra cui, la presenza sul transatlantico più famoso del mondo che vogliamo ricordare nella gioia e nell’euforia della partenza, quel 10 aprile di 103 anni fa, quando alcuni dei 1.300 passeggeri del Titanic stringevano in mano un calice di Champagne Heidsieck & Co. Monopole Blue Top. 

 

sabato 4 aprile 2015

Barbera d'Asti Superiore Alfiera 2006 di Marchesi Alfieri

 
 



Ci sono grandi vini che graffiano il territorio e lo esprimono attraverso l’eleganza e la bellezza della loro anima e lo porgono così com’è, senza indugi. La Barbera di questa settimana ne è un esempio, una conferma, una dottrina. È il caso della Barbera d’Asti Superiore Alfiera 2006 di Marchesi Alfieri (annata per la quale non era stata ancora riconosciuta la Docg, raggiunta nel 2008; si tratta quindi di un vino Doc). Cantina storica che ha sede nel castello di San Martino Alfieri sulle colline del Piemonte tra Asti e Alba. A produrla dal 1990, sono tre sorelle, Emanuela, Antonella e Giovanna San Martino di San Germano coadiuvate, dal 1999, dal bravo enologo e direttore, Mario Olivero. L’azienda, condotta dal 1985, ha però una storia antichissima di vendemmie che risale al 1337, anno in cui, documenti di famiglia attestano l’esistenza di vigneti sui terreni di San Martino. Il vino, fatto da uve Barbera in purezza proviene da un vigneto, un “sorì” antico di 4 ettari piantato nel 1937. Il nome deriva dalla cascina sovrastante la collina denominata Alfierina. La vendemmia 2006 è stata la tipica piemontese con frutto preciso che mantiene negli anni personalità e un ottimo equilibrio al naso e al palato esprimendo una certa mineralità. Raccolta manuale delle uve, fermentazione sulle bucce in vasca di acciaio alla temperatura di 28°-30° per 15-20 giorni con délestage e leggeri rimontaggi. Fermentazione malolattica in legno con bâtonnage. L’affinamento avviene in barrique di rovere francese (Allier e Tronçais) da 225 e 500 litri per 18 mesi; in bottiglia per 6-8 mesi a temperatura controllata di 15° C prima della messa in commercio.

Complesso e debordante nei profumi e nella beva. Caldo, armonioso, avvolgente. L'impatto di scorza d'arancia al cioccolato fondente mista a note boisé fa entrare in una dimensione irreale. Poi tostatura di caffè e le fave del caffè con tanta cioccolata amara stesi su un tappeto umido dove cogli i frutti di bosco, quelli neri, scuri come la pece. Anche il suo incarnato rubino è impenetrabile, coeso. Si espande, dopo, al palato; prima bussa un po’ sferico con i suoi tannini vellutati, poi entra caparbio e con un carattere che non dimentichi. Lui c’è e imprigiona anche il retrogusto con un fruttato accondiscendente e nobili sensazioni torrefatte. Un vino che prende vita da vigne vecchie di oltre settant’anni, ha dalla sua parte tempo, storia e poesia lunga e infinita. Le parole d’ordine sono bellezza e austerità.

martedì 31 marzo 2015

MOSER 51,151 SPUMANTE METODO CLASSICO TRENTO DOC

 
Ha un outfit rosa e un nome particolare, lo Spumante trentino di casa Moser. 51,151 sono i chilometri percorsi da Francesco Moser in un’ora nel 1984 a Cittá del Messico. Questo record dell’ora fu molto importante perché oltre a battere il precedente primato di Eddy Merckx, fu utilizzata una bicicletta rivoluzionaria e dei metodi di allenamento completamente innovatiti tanto da essere ancora oggi in uso. Il modello della bicicletta fu chiamato va por la hora, ovvero le stesse parole che lo speaker messicano urlò poco prima del raggiungimento del record.
 
 

Dal 1984 l’azienda Moser produce un metodo classico Trento Doc con il nome 51,151 in onore e in ricordo di quel record che segnò la storia ciclistica mondiale. Un Trento Doc dove sono racchiuse la professionalità, la passione e lavoro di una grande famiglia. L’azienda agricola Moser nasce nel 1979 su iniziativa di Diego e Francesco Moser impegnati da sempre nella coltivazione di vitigni di proprietà in Valle di Cembra. Una storia dunque di tradizione contadina quella della famiglia Moser tra i vigneti del Trentino che risale dagli anni ’50 e che la vede oggi alla terza generazione. Nel 1987 Francesco Moser, terminata la sua straordinaria carriera ciclistica, decise di acquistare il Maso Villa Warth a Gardolo di Mezzo, antico podere vescovile nelle vicinanze di Trento, per stabilirvi la nuova sede dell’azienda che fino allora era a Palù di Giovo, luogo che vide i suoi natali. Qui oltre alle superfici vitate interamente rinnovate, fu costruita la nuova cantina che oggi è gestita dai figli Carlo e Francesca e dal nipote Matteo. La proprietà è costituita da 25 ettari di cui 10 di vigneto e 15 di bosco. L’esposizione a sud est, la composizione calcarea dei terreni e “l’Ora del Garda” che ogni giorno d’estate si forma sull’omonimo lago e sale verso nord, fanno di questo luogo un ambiente unico per la coltivazione dei bianchi aromatici e delle basi spumante.
Il vitigno principale di questo splendido Spumante 51,151 Brut é lo Chardonnay (90%) assemblato con il Pinot Nero (10%). Una parte (circa il 20%) viene vinificata in botti di legno. Il prodotto è poi affinato in bottiglia per 30 mesi;  il campione in degustazione con sboccatura Ottobre 2012 presenta un incarnato dorato e un perlage persistente e minuto. Al naso si esprime con carattere e vitalità nei sentori di cedro, di pompelmo, mela e nei richiami di tostatura fresca. Pungente il velo di salvia e timo. L’assaggio è vigoroso, vibrante con una decisa impronta agrumata ma con un corpo ben tornito e un ottimo equilibrio. Vino coerente nel ricordo e nell’anima. In tempi odierni è giusto concedersi certi piaceri organolettici proprio con queste “bollicine” trentine, deliziando così il palato come allora la vista fu deliziata da quella storica corsa in bicicletta.
 

lunedì 29 settembre 2014

Orange


I cosiddetti “orange”  appartengono ad una categoria non ancora riconosciuta ufficialmente come tale, entrata pare a far parte dell’universo enoico del nostro Paese da una decina di anni, ottenuta con tecniche di vinificazione legate a vecchie tradizioni contadine o prese in prestito da altri Paesi.
Ma di cosa si tratta?? sono  vini bianchi fermentati e affinati sulle bucce, perciò definiti qui da noi “macerativi” e all’estero, appunto, “orange”.
Praticamente un produttore dalle stesse uve con cui magari produce un “classico” vino bianco ottiene un vino totalmente diverso affidandosi ad una tecnica produttiva altrettanto diversa.
Come sempre ci sono i favorevoli e i contrari, questi ultimi ritenendo in particolare che la macerazione appiattisca tutte quelle peculiarità che vengono conferite al vino dal terroir di provenienza e/o dal vitigno.
Di fatto con quella che risulta essere una “vinificazione delle uve bianche in rosso”, vale a dire con un contatto più o meno lungo delle bucce col mosto in fermentazione, si ottengono dei vini decisamente diversi da quelli che conosciamo abitualmente, in particolare dei vini con una componente acida decisamente ridotta.
Ancora poco usuale, questo tipo di vinificazione è stato reintrodotto dai produttori di Ribolla Gialla in Friuli ma anche da altri produttori della nostra penisola, dall’Emilia Romagna, alle Marche, dalla Liguria alla Sicilia.

lunedì 5 maggio 2014

Wine-Music connection


Wine- Music connection ovvero cercare l' abbinamento giusto tra musica e bicchiere.

Di un brano musicale, come di un vino l'aspetto che apprezzo maggiormente e' l'armonia. Alla parola armonia nn saprei dare una definizione esauriente, ma credo vada trovata nella natura intima delle cose.

Per l'abbinamento tra vino e musica si potrebbe partire dal ritmo, perché scandisce il tempo, creando simmetrie. A livello molecolare la simmetria e' importante, ma un altro aspetto importante e' la risonanza ed è proprio in questa che risiede il segreto di questo abbinamento. Ritmo e risonanza.

Le molecole che compongono il vino possono entrare in risonanza con le frequenze emesse dagli strumenti musicali, creando quindi l'armonia.

Ciò detto accosterei  i suoni degli strumenti e i caratteri organolettici salienti di un vino e di un cibo.

Questo perché l'esperienza sensoriale altro non è che la risposta fisiologica del nostro corpo e della nostra mente quando si trovano immersi in un 'campo pertubativo'. 

Un abbinamento per risonanza e' di fatto assimilabile ad un abbinamento per concordanza.
Il ritmo, e quindi il genere musicale, va invece a modulare le frequenze, ulteriormente complicate dal numero di strumenti suonati contemporaneamente.

Schema di abbinamento:

Musica alte frequenze:
Strumenti a corda tipo arpa, violoncello, chitarra oppure a percussioni metalliche;
Vino o cibo:
Vini giovani, con profumi primari preponderanti, presenza di CO2, equilibro più spostato verso le componenti dure; cibo a reazione basica.

Musica  basse frequenze:
Strumenti a fiato tipo flauto, sassofono, tromba oppure strumenti a percussione tipo batteria;
Vino e cibo:
Vini evoluti, profumi secondari e terziari, equilibrio spostato verso le componenti morbide; cibo a reazione acida.
Ma I toni morbidi e trasognanti di una musica, di un brano con un vino dolce vogliono anche un buon sostegno acido per non venire sommersi tra vino e musica da un mare di melassa.

Occorre cercare un difficile equilibrio tra l'inevitabile soggettività del proprio gusto e il più ampio sentire comune. Se la miscela e' buona si potrebbe verificare quella che i più colti chiamano 'sinestesia' termine che indica un vero e proprio fenomeno psichico in cui il soggetto percepisce in modo contaminato sensazioni provenienti da sensi diversi.
Baudelaire parlava di 'una facoltà che intuisce immediatamente, al di fuori dei metodi  filosofici, i rapporti intimi e segreti delle cose,  le corrispondenze e le analogie.'



domenica 4 maggio 2014

Vila Marija Merlot 2012 Movia

Vila Marija è un marchio di vini cresciuti in giovani vigneti. La crescita nei giovani vigneti e' rigogliosa ed i grappoli crescono affollati.

Le viti più giovani sono propense ad una maggiore crescita, vivace ed energica.

Durante il periodo del primo sviluppo (20 anni) la vite ha bisogno di tanta energia per crescere. Nei primi 20 anni la qualità non dipende dalla quantità; se invece guardiamo al futuro dobbiamo saper regolare la quantità per poter puntare all'assoluta qualità futura.  La pazienza viene così ripagata e possiamo finalmente parlare di veri vini.

La maturazione dura almeno otto mesi. Durante la maturazione  il vino riposa sul fondo biologico, processo che, oltre alla fermentazione, stimola l'acidulazione biologica. In questo processo il vino ottiene una struttura corposa e gli aromi complessi tipici. 
Il vino Vila Marija e' adatto a quei momenti leggeri, nei quali non abbiamo modo di conoscere il vino a fondo: sono perfetti per i momenti spensierati o quando abbiamo troppi pensieri e il vino ci è di compagnia. 

Merlot Vila Marija è il merlot che si combina con dell'ottimo formaggio, è quel merlot che accompagna pasti soddisfacenti e appaganti. Quando apriamo una bottiglia dobbiamo dare tempo al vino di rivivere.